Recensione: La Grande Bellezza

Ieri pomeriggio, all’improvviso, la mia bacheca di Facebook è stata invasa da posts riguardanti “La grande bellezza”. Così ho capito che in Italia lo stavano dando in TV.
Ed ho anche capito che quasi nessuno (del mio campione non rappresentativo della popolazione italiana) aveva visto il film al cinema.
I commenti andavano da “è noioso” a “non c’è trama”, per finire con “QUESTO film ha vinto un Oscar? Ma davvero!?!”
Questa reazione non è molto sorprendente, dal momento che gli Italiani adorano andare controcorrente, e disprezzare ciò che viene celebrato altrove.
Inoltre, il film è una forte critica alla società italiana, e agli italiani non piace venire esposti al ludibrio internazionale: come previsto, le persone si sono divise tra coloro che rispediscono la critica al mittente, assieme ad una dose di insulti, e coloro che concordano con la critica, ed insultano gli altri (non capite niente, guardatevi i cinepanettoni, etc etc).

Quanto a me, io sto solo recensendo un film: penso che il ritratto di Sorrentino del degrado della società in Italia sia molto veritiero, e penso anche che questo non basta a fare del suo film un capolavoro.

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TRAMA
Per essere sicuri che nessuno fraintenda sulla grande bellezza di cui stiamo parlando, nella prima scena vediamo un gruppo di turisti dell’Estremo Oriente sotto al Fontanone, che si godono la vista su Roma dalla terrazza dietro l’ambasciata spagnola al Gianicolo. Troppa bellezza per uno di loro, che cade colpito da un attacco cardiaco.
Poi facciamo la conoscenza del nostro protagonista, Jep Gambardella (Tony Servillo, ottimo come sempre) alla festa per i suoi 65 anni: nessuna cena elegante con fine conversazione in un ristorante di classe. No, abbiamo un festone sul tetto di un palazzo romano adattato a discoteca, in una sequenza interminabile, ansiogena e claustrofobica (che è notevole, visto che è ambientata all’aperto!) tra musica dance di bassa lega ed anche passata di moda (la colita???), sudore ed alcol, donne sfatte con make-up che cola, uomini pateticamente riuniti accanto a giovani modelle, una stripper tatuata che si esibisce dietro un vetro, ed ogni sorta di cafonata che vi possa venire in mente.
Jep Gambardella ha scritto solo un acclamato romanzo “L’apparato umano” quando era giovane, ed ha campato di rendita da allora; quando si è trasferito a Roma dal suo paesello, ha deciso che voleva essere “il re della mondanità romana”, e lo è diventato.
Oggi scrive per la pagine culturale di un giornale (memorabile la scena della performance di Talia Concept all’acquedotto, come pure l’intervista successiva), ma principalemente spreca i suoi giorni nel dolce far niente o in futili occupazioni con i suoi “amici”, una manica di falliti ed incapaci pieni di sè.
Jep è migliore di loro: è intelligente, è acuto e tagliente. E Jep lo sa che è migliore: ha scelto di circondarsi di perdenti.
In fondo, quando all’alba fa le sue passeggiate insonni in una Roma deserta, Jep lo sa che è solo e vuoto, circondato da superficialità. E’ stata una sua scelta, ma gli fa bene rifugiarsi nella purezza del suo primo amore, di se stesso da giovane e del talento che aveva allora.
Queste sono le scene in cui la grande bellezza di Roma ancora emerge tra i turisti, il traffico ed il degrado, ed il tran tran quotidiano delle persone che ci vivono.
Alla fine, pare che Jep decida di rimettersi a scrivere. Senza troppa convinzione, però.
Ma per arrivare a questa fine, attraversiamo con lui tutta una serie di situazioni: un incontro di natura sessuale con la bella e ricca milanese che non sopporta Roma (Isabella Ferrari); le conversazioni con quello che sembra il suo unico vero amico, un bravo Carlo Verdone nella parte di un autore di teatro non molto bravo che decide di tornare al paesello, incolpando Roma del suo fallimento; l’incontro con una stripper un po’ in età (Sabrina Ferilli) che mette da parte i soldi per la sua malattia; un funerale in cui Jep mette in pratica alla lettera il copione di etichetta che ci aveva descritto nella scena precedente; una cena con un cardinale più interessato al cibo che alle cose della Fede ed una suora vecchissima e in odore di santità; l’arresto per mafia del suo vicino, ed innumerevoli feste ed aperitivi sulla terrazza di Jep, che da sul Colosseo.

IL MIO INSINDACABILE GIUDIZIO
Come ho già detto, forse questo non è un grande film, ma sicuramente è un grosso film: un budget non comune per il cinema italiano. Questo sicuramente è una ragione per vederlo.
La seconda ragione è il bel modo in cui la mia bellissima città è stata fotografata da Luca Bigazzi.
Per il resto, onestamente, quasi 2 ore e mezza sono lunghe da sopportare, e, come in “This must be the place”, molte situazioni sono solo scenette slegate che non aggiungono nulla alla definizione dei personaggi o della vicenda.
C’è però una terza ragione per vedere questo film, ed è l’ambizione. L’ambizione di Sorrentino di girare un film che sarà per sempre ricordato per “come eravamo” in Italia nel 2013.
Ed io penso sia riuscito: riconosco che il film dipinga perfettamente l’ineluttabile rovina del mio Paese, la sua rozza decadenza e la sua apatia finto-cinica.
Questo basta a farne un capolavoro, a farne un vincitore meritato dell’Oscar?
Non saprei, però mi è chiarissimo che questo è un film molto locale: deve essere difficile capire tutti i significati nascosti se non parli italiano, e cogliere tutti i dettagli se non vivi in Italia.
Più che perchè, è COME abbia fatto a vincere l’Oscar che è un mistero per me.

Voto: 7

Orecchiette / Comments

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