The butler

Ieri sera siamo andati a vedere “The butler”. In Italia la data di uscita è TBD 2013, ma per quando sarà potrete andarci preparati avendo letto la mia recensione!

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TRAMA
Conosciamo Cecil Gaines nel 1926, bambino in una piantagione di cotone dal sapore ancora molto ottocentesco, dove i suoi genitori gli insegnano a raccogliere il cotone e a tenere bassa la testa: anche quando il personaggio più odioso del film, il giovane proprietario, decide di stuprare sua madre (Mariah Carey) il padre di Cecil gli dice di stare calmo, che non ha bisogno di mettersi contro un uomo così. Salvo poi ripensarci e farsi sparare dritto in fronte, di fronte agli occhi di Cecil, per aver detto “hey man” al proprietario che usciva dal capanno teatro della violenza.
La madre di questi (Vanessa Redgrave) si intenerisce e decide di prendere in casa il bambino per farne un house nigger, e gli impartisce la seconda lezione “The room should feel empty when you’re in it”.
Ad un certo punto, il giovane Cecil decide che ha imparato abbastanza e va a tentare la fortuna. Una sera, affamato, non resiste alla vista delle torte in esposizione e si introduce in un hotel. La fortuna lo fa trovare dal capo della servitù, che gli dà la terza lezione: devi avere due facce, di cui una si deve preoccupare di cosa vogliono, di cosa hanno bisogno i bianchi.
Cecil si perfeziona a tal punto in quest’arte, che nel 1957 lo troviamo in un lussuoso albergo di Washington D.C., sposato con una ex-room maid dello stesso albergo, che ora è sua moglie casalinga (nientepopodimenoche Oprah Winfrey) e madre dei suoi due figli.
E’ in questo hotel che Cecil viene notato dal direttore del personale della Casa Bianca, che lo convoca per un colloquio. E’ in questa sede il maitre d’hote gli insegna la lezione n° 4, cioè di tenersi per sè le sue opinioni politiche, con una delle battute più esilaranti del film: “we have no tolerance for politics at the White House”.
Cecil conosce il resto del team della servitù (tutti neri, non molto dissimile dalla piantagione…), tra cui Cuba Gooding Jr, sempre bellissimo, e Lenny Kravitz, rapato e sbarbato.
Dal 1957 fino alla fine del suo impiego alla Casa Bianca verso il 1986, Cecil serve caffè o Martini a un certo numero di presidenti: da Eisenhower (Robin Williams, per niente somigliante), Kennedy (Ciclope di X-men), Lyndon Johnson (Liev Schreiber, troppo giovane), Nixon (John Cusack con naso posticcio e troppi capelli) fino a Reagan (Alan Rickman).
Con ciascuno di questi presidenti Cecil ha un momento di intimità assolutamente contraria alla lezione n° 2, quella sull’invisibilità… il punto è che Cecil è nero, e che tutti questi presidenti erano proccupati del problema dei diritti civili dei neri, specialmente negli stati del Sud.
Parallela ed antagonista rispetto alla storia di Cecil è la storia di suo figlio maggiore Louis, che sente come umiliante il lavoro di servitore del padre e da Washington D.C. va a fare l’università proprio al sud, dove inizia la sua carriera di attivista politico e sperimenta di tutto: arrestato per non essersi seduto nella parte riservata ai colored di un diners, scampato a un attentato del KKK, ospite dello stesso motel di MLK il giorno in cui fu assassinato, membro delle Black Panthers…
Padre e figlio non si parlano e non si capiscono (o forse non si capiscono perchè non si parlano?) per quasi tutto il film, fino a quando un bel giorno Cecil capisce che suo figlio non era un criminale, ma un eroe che lottava per diritti inviolabili dell’essere umano, ancorchè di colore.
Finiscono insieme in galera per aver manifestato a favore della liberazione di Mandela davanti all’ambasciata del Sudafrica e, riappacificati, assistono all’elezione di Obama nel 2008.
Il film si conclude con Cecil che viene ricevuto alla Casa Bianca dal nuovo presidente.

IL MIO INSINDACABILE GIUDIZIO
Avete mai avuto la sensazione di aver visto un film fatto apposta per l’Academy?
Cast stellare, tema a prova di bomba, grande interprete principale e ottimi i supporting roles… vi giuro, le due parole che mi sono venute in mente più spesso in quella sala sono state Forrest Gump. Forrest Gump sul tema delle discriminazioni razziali.
Ora, Forrest non ci poteva arrivare, mentre Cecil non ci vuole arrivare, ma a parte questa differenza tra i protagonisti, i due film sono strutturati allo stesso modo: le loro storie si inseriscono sullo sfondo di un ampio tratto di Storia americana dell’ultimo secolo, ed in entrambi i casi i nostri protagonisti addirittura la influenzano. D’altra parte, fin dalla locandina stessa del film si enuncia che “one quiet voice can ignite a revolution”.
Come in Forrest Gump rimane quella sensazione di tenerezza un po’ posticcia che era invece del tutto assente in “Precious”, l’altro film del regista Lee Daniels che avevo visto (e che vi consiglio caldamente una volta che avete voglia di storie di neri un po’ più autentiche).
“The butler” non mi ha esaltato e spero bene che la lotta per l’Oscar quest’anno ci riservi di meglio, però il film è comunque piacevole, con un paio di cose venute molto bene.
La più eclatante è la scena “parallela” in cui il padre serve a tavola in occasione di una cena di Stato, mentre il figlio pretende di essere servito al settore per bianchi del bancone del diner, con le conseguenze di maltrattamenti ed arresti che potete immaginare.
Poi mi è piaciuto anche il quadro globale delle relazioni di Cecil: la vita con gli amici del quartiere prima e poi con gli amici della Casa Bianca; il rapporto con la famiglia alla Casa Bianca e quello con la famiglia alla casa sua; il conflitto con Louis ed il suo ambiente improvvisamente così simile a quello del figlio, dopo i disordini nel suo quartiere a seguito dell’assassinio di MLK.
Gli attori: i cameos degli attori famosi nel ruolo dei vari presidenti sconfinano nella caricatura (specie Nixon e Reagan, di cui ignoravo fosse un sostenitore dell’apartheid – sarà vero?), ma ho apprezzato l’ironia nella scelta di mettere l’attivista di sinistra Jane Fonda nella parte di Nancy Reagan.
E veniamo ai big 3. Ho trovato piena di grazia non servile l’interpretazione di Forrest Whitaker, ed era difficile pensare che sia lo stesso attore di “The last king of Scotland”.
Mi è piaciuta Oprah nel ruolo della moglie annoiata e un po’ depressa, e giuro che darei oro per avere la camicia con fantasia anni ’70 che sfoggia a un certo punto… però ho trovato un po’ eccessive certe sue battute, cito almeno quella sulla morte di Kennedy (“I’m really sorry about the President. But you and that White House can kiss my ass”).
Meritato futuro candidato all’Oscar come migliore attore non protagonista, David Oyelowo nel ruolo del figlio Louis: sempre intenso, sempre credibile.

Voto: 7 meno meno

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